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LE POESIE DI ... WOLF
A cura di Pietro Pancamo
pipancam@tin.it


Due parole vollero appartarsi dal flusso della voce, stanche di vorticare sempre nel gioco ossessivo di suoni comunicanti, al quale la voce tiranna costringe in eterno ogni sillaba.
Andarono a riposarsi tra i fogli di un quadernino, macchiando d'inchiostro coagulato il bianco fisso e sbarrato di una pagina vuota.
Già: io immagino così la poesia del nostro caro Wolf, un autore che ama firmarsi con uno pseudonimo, a quanto sembra, e che ha l'abitudine - secondo me - di confidarsi ogni sera con le pagine di un quaderno, cercando libertà. E i fogli accolgono parole disposte in fila indiana, ospitano versi che, incolonnati a forma di poesia, si muovono al ritmo giocoso - quasi da filastrocca, qui e là, ma prosastico in genere - di una fiducia serena e sbarazzina, impegnata a tracciare veri appunti di vita, elogiando - di quest'ultima - tutta la forza redentrice.
Una forza che, in Qualcuno la chiama primavera, s'identifica con la delicata simpatia della coccinella protagonista, rivelandosi indubbiamente un dono capace di rallegrare. E venuto dal cielo o dal destino, a popolare di grazia e semplicità l'esistenza di ognuno.

Pietro Pancamo


Liberi di venire, liberi di andare

Eravamo veloci e sapevamo rubare.
Sapevamo tradire a rate e senza lieto fine.
Sapevamo aiutare un amico senza prendercene il merito.
In sordina.
Sapevamo vincere senza avversario e perdere tutto in un pomeriggio.
Sapevamo saltare la scuola e la chiesa, sapevamo sbandare da soli nel buio, e tornare all'attesa.
Sapevamo guardare e imparare a memoria.
Sapevamo toccare.
Sapevamo soffrire d'amore e di altre invidie del cuore.
Sapevamo bere.
Sapevamo prenderci gli insulti, sapevamo farli fruttare.
E prendere calci e nemici, cadere nel mucchio e sparare, e sudare e soffiare.
Spalancare le labbra e baciare.

E forse lo sappiamo ancora fare.
Liberi di venire, liberi di andare.

Wolf


Qualcuno la chiama primavera

Non ho mai creduto ai gatti neri o agli ombrelli inopportuni.
Ma alle coccinelle sì.

Sono nel patio del "Pesce d'oro" e bevo un caffè.
E' il vento toscano a farmi compagnia.
Morbido e discreto.

La grappa mi guarda ferma dall'angolo del tavolino.
Ma non ha nulla da dirmi.

Il lago, visto da qui, sembra quadrato.
E' un aquilone a riportarmi al pensiero sferico e la ghiaia smette di sembrarmi spigolosa.

Il verde è più verde, oggi.
Scrivere su un un tovagliolo bianco mi acceca più del solito.
Qualcuno la chiama primavera.

Quando lei si avvicina nemmeno me ne accorgo, da principio.
Poi, sulla spalla di jeans logoro, sento il peso della sua leggerezza.
Quindi esprimo un desiderio.
E il desiderio si avvera subito dopo.
La grappa è ottima.

L'eco di una carabina le schiude le ali.
Quel giardino rosso lucido, di fiori tutti neri, mi passa davanti in silenzio.
Non è spaventata.
Ma la vita le ha insegnato che quando qualcuno spara bisogna alzarsi e non cadere.

Mi saluta in fretta.
Sta già organizzandosi per altre fortune.
Buon lavoro, coccinella

Wolf

 

 

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