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I 400 colpi
regia di Francois Truffaut
Pubblicato su SITO


Anno 1959- FRANCIA


Una recensione di Federico Cremona
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I 400 colpi
Un piccolo parigino che scopre il mare
(Les 400 coups: il diavolo a quattro)

Dopo aver terminato le riprese di Le miston, il 10 Novembre 1958 F.Truffaut inizia a girare I 400 colpi: è il suo primo lungometraggio. In fase di progettazione, il film doveva essere un corto d’una ventina di minuti, ma si è lentamente trasformato in una sorta di cronaca dei “tredici anni”.
La lavorazione richiederà otto settimane ed un costo complessivo di 35 milioni di vecchi franchi. Il film, la cui prima proiezione in pubblico avvenne al Festival di Cannes il 3 Giugno 1959, dove Truffaut vinse il premio per la miglior regia, viene riconosciuto come uno dei capiscuola della Nouvelle Vague.
I 400 colpi è la conseguenza quasi naturale dell’approccio cercato da Truffaut (e da altri tra i quali André Bazin e Jacques Doniol-Valcroze , Jacques Rivette, Eric Rohmer, Claude Chabrol, Godard…) nella stesura del manifesto dei Cahiers du cinéma, nel quale egli
auspicava lo scavalcamento delle richieste del cinema francese del dopoguerra, in un processo di rinnovamento totale, che si s’impegnava a rincorrere le posizioni concettuali di Astruc, per cui la macchina da presa è una penna (camera-stylo) grazie alla quale i registi-sceneggiatori elaborano opere molto personali (Truffaut, come Antoine Doinel, era figlio indesiderato di padre ignoto, scampato al riformatorio e ad un arresto per diserzione).


Un piccolo parigino che scopre il mare.

I 400 colpi è un film contro gli adulti, penso si possa dire così. Un film fortemente autobiografico.
Un padre acquisito che gli ricorda di continuo, volutamente o casualmente, quanto è stato generoso nell’accettarlo come figlio; una madre coinvolta in continue relazioni extra-coniugali; la percezione di sentirsi il terzo incomodo, incompreso e non amato come necessiterebbe: ecco come si presenta il tredicenne Antoine Doinel, protagonista del film. Nella gelida atmosfera di casa sua, tra contrasti ed incomprensioni, il giovane Antoine svolge compiti scolastici e faccende di casa, dorme nel corridoio, a ridosso della porta d’ingresso (insomma, in mezzo ai piedi), e l’ottusa indifferenza degli adulti, unita al suo bisogno di comprensione, ed anche al bisogno di vivere diversamente la propria esistenza, lo spinge a taciturni gesti di ribellione. Distante da tutti, Antoine s’accompagna solo con l’amico René, lungo pensierosi ritorni a casa ed audaci passeggiate per le strade di Parigi.
Antoine para i colpi della vita facendo il diavolo a quattro e proferendo bugie, l’ennesima delle quali ( inventa la morte della madre quando la scopre in tenere effusioni con il capoufficio), genera circostanze che aumentano la sua condizione d’emarginazione, palese specialmente nella collocazione spaziale del ragazzo (a casa, a scuola, in prigione). Dopo una prima fuga da casa, i genitori appaiono pentiti per il loro comportamento e gli riservano precarie carezze ed abbracci. Ma quando un maestro accusa Antoine d’aver rubato il finale del suo tema direttamente da Balzac, umiliandolo così di fronte a tutta la classe( cosa che si ripete per tutto il film), tutto precipita: il giovane ruba una macchina da scrivere dall'ufficio del patrigno, nella speranza d’ottenere i soldi necessari per sopravvivere, ma non riuscendo a smerciarla, decide di riportarla al suo posto venendo colto sul fatto.
Sono gli stessi genitori a consegnare Antoine alla polizia. Il giovane, dopo l’arresto, viene assegnato ad un centro d’osservazione per minori, dove non può nemmeno ricevere la visita dell'amico René ( ch’egli preferirebbe alla visita della madre), e dove è interrogato da una psicologa (camera fissa, dissolvenze, stile televisivo). Durante una partita di pallone all’interno del riformatorio, Antoine fugge e raggiunge - in una lunga e inarrestabile corsa - il mare… Un capolavoro assoluto.


Ricordi.

Lo sfondo autobiografico raffigura per Truffaut l'occasione per rappresentare il vero, cogliendo emozioni autentiche. L'avventura di Antoine Doinel, che proseguirà nelle pellicole seguenti del regista (L'amore a vent'anni, Baci rubati, Non drammatizziamo... è solo questione di corna e L'amore fugge), colpisce per la franchezza della cronaca, che amalgama improvvisazione nella recitazione di Jean-Pierre Léaud e struttura rigorosa; realismo ed astrazione.
I quattrocento colpi rappresenta la lotta degli esponenti della nouvelle vague contro il conformismo del cosiddetto "cinema di papà", ma anche, e più semplicemente, il conflitto tra il mondo degli adulti e quello dei bambini.
Nel film si svolge una logica contrapposizione fra interni filmati in piani ravvicinati ed esterni dalla utopica funzione salvifica, ripresi con movimenti di macchina e campi lunghi.
La scena dei bimbi allo spettacolo di marionette è pura innocenza poetica. Un film contro gli adulti, si diceva; bellissime l’immagini di Antoine e René che si salutano stringendosi la mano, ed andando ognuno per la sua strada, affrontano il mondo facendo il diavolo a quattro (le 400 coups), più adulti di tanti trentenni d’oggi.
Nella scena in cui Antoine viene portato via con la camionetta della polizia, la camera ci fa vedere quello che lui vede, quello che lui sta perdendo: la libertà, le sue strade…
La scena finale è entrata, con ragione e merito, nella storia del cinema: la folle lunga corsa di Antoine verso l’illusione, il suo percorrere con insicurezza la spiaggia, il suo lambire l’acqua ed il suo conseguente indietreggiare da quel mare che s’era caricato di tutte le speranze di libertà e di felicità del giovane; lo stop-frame che risolve il film in una sorta di non-conclusione: il primo piano di Antoine, rivelatore non d’appagamento, ma d'inquietudine. Cinema.


Truffaut ha detto a proposito del film:

_“Follemente ambizioso e follemente sincero”.
_A proposito del primo incontro con Jean-Pierre Léaud, che Truffaut aveva visto in una fototessera: “Ricordo d’avere annotato su un foglio: interessante, ma il viso è troppo femminile. Poi invece, quando è venuto, aveva i capelli quasi rasati, era esattamente il contrario: di colpo mi sembrò troppo brutale. […] Era chiaro che sarebbe stato lui il mio Antoine Doinel. Però c’erano degli scollamenti con la sceneggiatura: J.P. Léaud era più aggressivo, meno sottomesso come personaggio[…]. Perciò vedevo il personaggio allontanarsi leggermente, ma lui gli apportava una vitalità tale che mi piaceva, e lo accettai. Anche per questa idea, che avevo forse imparato da Renoir, che l’attore è più importante del personaggio”.
_”Ci sono due film sull’infanzia che ho amato molto e dai quali riconosco d’essere stato influenzato: Zero de conduite, di Vigo[…], e Germania anno zero, di Rossellini.”
_”Ne I 400 colpi non tutto è autobiografico, anche se tutto è vero. Che quelle avventure siano state vissute da me o da un altro non ha importanza, l’essenziale è che siano state vissute”.
_”Mi rendo conto che I 400 colpi è un film hitchcockiano. Perché? Perché dalla prima all’ultima immagine ci si identifica con il ragazzino. Se il pubblico sente la necessità di identificarsi, si identificherà automaticamente con il viso di cui ha più spesso incontrato lo sguardo, con l’attore che è stato ripreso più spesso da vicino e di faccia.”
_”Forse non avrei mai fatto I 400 colpi senza Rossellini, che era molto antihollywoodiano, molto antiamericano. Lui era per un approccio quasi documentaristico alle cose, un approccio molto realista… Se, dopo tutto quel periodo in cui mi ero allontanato dal cinema francese, sono stato indotto a fare un film così francese come I 400 colpi, probabilmente è perché l’influenza di Rossellini è stata la più forte.”
_Riferendosi a Moussy, dialogista del film e realizzatore (assieme a Bluwal) d’una trasmissione televisiva sui conflitti tra genitori e figli: “Mi ha aiutato a rendere queste persone più umane e più vicine alla norma, meno caricaturali. E’ formidabile […]


Alcune curiosità:

-Che il film sia autobiografico l’ho già detto. Antoine Doinel è Truffaut ( anche se il regista, in realtà, era molto più timido e fragile del personaggio interpretato da Léaud), mentre René Bigry è Robert Lachenay, che del film è assistente alla regia.
Lachenay fu davvero compagno di banco di Truffaut, oltre che suo migliore amico, ed il cognome del personaggio di René, ovvero Bigry, è quello della nonna di Lachenay.
-Nella scena in cui Antoine fa un giro sulla giostra rotante, si possono riconoscere all’interno della giostra stessa sia Truffaut, sia De Broca, che del film fu consulente della produzione.
-Il film (come quasi tutti a quel tempo), è stato doppiato.
-La passione di Antoine per Balzac, era una vera passione del tredicenne Truffaut. A dire oggi che un tredicenne si sia appassionato alla letteratura ed a Balzac (ma anche Maupassant) si rischia di passare per pazzi, ma è tutto vero.
-La casa di René, dove Antoine viene ospitato clandestinamente, si trova in Avenue Frochot, e non è un caso: in quella strada viveva Renoir, e Truffaut, assieme all’amico Lachenay, vi andava spesso nella speranza d’incontrarlo.
-Nel commissariato (ricostruito) dove Antoine viene detenuto, al momento delle riprese sono presenti cinque registi, ovvero: Truffaut (ovviamente), Jacques Demi, Philipe De Broca, Charles Bitsch ed infine Godard.


Una recensione di Federico Cremona



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