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Distretto 13 – Le brigate della morte (Assault on Precinct 13)
regia di John Carpenter
Pubblicato su SITO


Anno 1976- USA


Una recensione di Heiko H. Caimi
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 Distretto 13 – Le brigate della morte (Assault on Precinct 13)
L’ASSEDIO OSCURO

Un tenente di polizia al primo incarico viene assegnato ad un distretto di polizia (il distretto 13 del titolo) che sta traslocando, in un ghetto abbandonato di periferia. La situazione, apparentemente tranquilla, viene turbata dal sopraggiungere, in rapida successione, di un furgone della polizia che trasporta tre condannati a morte e di un uomo misterioso che, in stato di choc, afferma di essere inseguito. Poco dopo il distretto viene assalito da una gang di teppisti armati, che vogliono vendicare l’uccisione di alcuni loro affiliati per mano della polizia. Ne segue un assedio sanguinoso.
Tra i primi film di John Carpenter, questa pellicola a basso costo e priva di attori di richiamo è un piccolo gioiello che meriterebbe di diffondersi anche fuori dal solito circuito di appassionati. Ma, purtroppo, non mi risulta esisterne a tutt’oggi un’edizione italiana in DVD, per cui tocca momentaneamente accontentarsi di quella in videocassetta. Anche perché sia il DVD inglese che quello americano hanno un audio poco curato e una resa dell’immagine non proprio esaltante.
La struttura di questo lungometraggio è quella tipica di tanti film western, e l’atmosfera è quella suburbana che Carpenter stesso recupererà per uno dei suoi capolavori, “Il Signore del Male”. Ma qui non siamo nell’ambito del genere horror, bensì in un thriller essenziale basato su uno scontro tra polizia e gang. La trama è esile esile, ed è solo grazie all’ottima sceneggiatura (dello stesso John Carpenter) che riesce a reggere per un’ora e mezza senza cedimenti.
Una specie di incubo suburbano ripreso più volte anche da altri registi (Basti pensare a “Cuba Libre – La notte del giudizio” di Stephen Hopkins o a “I trasgressori” di Walter Hill, tanto per fare due dei tanti possibili esempi).
I nemici, poi, sono figure senza volto, sempre al buio, che scorgiamo ma che non vediamo mai chiaramente. E forte è il fascino di questo nemico nell’ombra, visibile ma indistinguibile, tipico del cinema horror più classico e che, applicato ad un altro genere cinematografico, funziona benissimo.
Tante sono poi le tematiche sotterranee: da quelle mutuate, appunto, dai film western (l’onore, la lealtà e la legge del più forte) e quella del superamento delle reciproche diffidenze per la sopravvivenza personale, a quella, infine, della ritirata di fronte al volto oscuro della società, gli emarginati, i ghettizzati, che si strasformano in folla e vogliono fare giustizia al di sopra della legge. Significativo, poi, il fatto che sia proprio un galeotto a cercare di salvare la situazione (e la vita dei poliziotti).
Una pellicola che gronda violenza pur essendo molto più raffinata di quanto non sembri di primo acchito: le scenografie (di Tommy Lee Wallace), pur nella loro essenzialità, sono curatissime; le musiche (sempre di John Carpenter) sottolineano l’atmosfera con un’efficacia straordinaria; il montaggio (ancora di Carpenter) è perfettamente equilibrato; la tensione ben dosata: pur senza smorzarsi mai, è alternata a dialoghi scarni che però ci dicono dei personaggi più di lunghi monologhi o presentazioni; personaggi che, pur essendo tagliati con l’accetta come nei più classici film western, mostrano la loro umanità attraverso l’azione.
E alcune scene sono davvero memorabili, come le raffiche di proiettili provenienti dagli assedianti che distruggono i vetri e gli oggetti contenuti nelle stanze del distretto, creando movimento là dove gli assediati, spesso neppure inquadrati, sono staticamente sdraiati a terra in cerca di protezione.
Claustrofobico, cupo, inesorabile, questo film del grande maestro americano è un vero cult, e una dimostrazione di come si possa fare del buon cinema investendo cifre tutto sommato modeste. Perché non servono effetti speciali quando si ha in mano una buona storia, e questa pellicola lo sta a dimostrare.


Una recensione di Heiko H. Caimi



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