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Niente da nascondere
regia di Michael Haneke
Pubblicato su SITO


Anno 2004- BIM
Prezzo € 7,90- 117-
ISBN 8032807011950
Una recensione di Heiko H. Caimi
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 Niente da nascondere

Regia di Michael Haneke
Titolo originale: Caché
Con Juliette Binoche, Daniel Auteuil, Annie Girardot, Lester Makedonsky, Maurice Benichou, Bernard Le Coq, Walid Afkir. Genere Drammatico, colore 117 minuti. - Produzione Francia, Germania, Austria, Italia 2005.

Sopravvalutato film del sopravvalutatissimo Haneke, “Niente da nascondere” inizia con l’inquadratura fissa di una strada in un quartiere borghese. Si vedono alcuni passanti, una bicicletta, un uomo che rientra in casa. Poi l’immagine viene riavvolta sotto i nostri occhi, e le voci fuori campo di Georges (Daniel Ateuil) e Anne (Juliette Binoche) Laurent intervengono facendoci capire che l’uomo immortalato mentre si avvicina a noi è Georges, e che la provenienza della registrazione su videocassetta è misteriosa. E questa è, forse, l’unica idea di un film scialbo e noioso.

La coppia viene perseguitata da altre videocassette che filmano l’esterno dell’abitazione di Georges e la sua casa avita, accompagnate da strani disegni infantili che ritraggono un volto che sputa sangue e un gallo dal cui collo il sangue fiotta. La lettura di questi strani avvenimenti sembra avere radici del passato di Georges e nalla mancata adozione del bimbo algerino Majid. E la stabilità della famiglia e del lavoro di Georges, conduttore televisivo di una trasmissione culturale, vacillano sempre più vertiginosamente.

Dramma pseudo-psicologico e pseudo-sociologico, il film sfrutta l’idea alla base di Strade perdute di David Lynch per rappresentare il facile disfacimento di una vita borghese e l’ipocrisia dell’affermazione “non ho niente da nascondere”; ma, anziché smascherarli, mette in scena una situazione familiare vaga e poco incisiva, nella quale non si comprendono la fuga e i sospetti del figlio Pierrot (Lester Makedonsky). E se è ben rappresentato, in maniera essenziale, il trauma infantile di Georges e Majid, risulta pretestuoso e fine a se stesso il suicidio di quest’ultimo. Le cose accadono perché il regista e sceneggiatore ha deciso che debbono accadere, ma senza alcuna giustificazione, né palese né sotterranea.

Senza contare che Juliette Binoche e Daniel Auteuil devono essere stati ingaggiati perché i loro nomi sono famosi e attirano il pubblico, poiché non hannop alcuna occasione di sfoggiare la propria bravura, che consiste semmai nell'essersi messi al servizio della storia senza impennate attoriali; ma anche attori mediocri avrebbero potuto sostenere degnamente la parte.

Haneke vorrebbe rappresentare “la fragilità del mondo contemporaneo” (Mereghetti), ma non è una buona idea farlo con una sceneggiatura altrettanto fragile e immagini essenzialmente statiche, riprese con una telecamera fissa, e interminabili inquadrature dei personaggi in attesa. Vorrebbe essere interessante, ma riesce ad essere soltanto monotono.

E la buona idea di non dare spiegazioni, lasciandoci intendere una soluzione ben diversa da quella prospettata dai protagonisti, ma inconoscibile, si perde nell’autocompiacimento di un autore che si diverte a épater le bourgeois (anche letteralmente inteso: stordire i borghesi), usando spesso i personaggi come marionette e prendendo in giro gli spettatori. Ma da un regista presuntuoso come Haneke non c'era da aspettarsi di meglio.

Incomprensibile la Palma d'Oro a Cannes. Da evitare.


Una recensione di Heiko H. Caimi



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