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L' analfabeta
di Agota Kristof
Pubblicato su SITO
Anno
2005-
Casagrande
Prezzo €
10-
53pp.
ISBN
9788877134264
Una recensione di
Lucia Sedda
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Votanti:
12062
Media
79.49%
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L’analfabeta è colui che non è capace di leggere e di scrivere, in una certa lingua o in nessuna. Come può una scrittrice del calibro di Agota Kristoff sentirsi tale? Ce lo spiega lei stessa attraverso questo delizioso breve romanzo autobiografico in cui, in appena una cinquantina di pagina, riesce a sviscerare ogni pezzetto della sua esistenza, dall’infanzia fino alla maturità. Ciò a cui assistiamo è il quadro di una donna in perenne migrare, un adattamento continuo alla lingua del luogo, a volte nemica, a volte incomprensibile. Il tedesco, il russo e il francese. Nessuna lingua è la propria. Gli ungheresi hanno fatto da sempre i conti con la storia, dalle occupazioni tedesche, al regime staliniano, fino alla fuga verso i paesi limitrofi, la clandestinità. Agota è stata bambina all’interno di un collegio spartano in cui si può fare la doccia calda una volta a settimana e nel quale, quando si rompe l’unico paio di scarpe si deve fingere di stare male per qualche giorno, finchè non siaggiustano, per la vergogna della propria povertà E’ l’Agota che migra con un neonato in braccio attraverso la frontiera per arrivare in Austria, è la profuga accolta in un campo a cui le signore della buona borghesia fanno la carità, è l’Agota in fabbrica, triste e sconsolata, un “deserto culturale” dal quale desidera ardentemente nuovamente scappare. “Ci ritroviamo alla mensa durante la pausa, ma il cibo è così diverso che non mangiamo quasi niente. Da parte mia, per almeno un anno, a pranzo non prendo altro che pane e caffelatte” La nostalgia per la propria terra certo non aiuta l’integrazione o meglio “l’alfabetizzazione”. Il desiderio di tornare a casa, nonostante si rischi il carcere, una volta rivarcata la soglia. Molti altri lo fanno, meglio in carcere che analfabeti dentro, incapaci di venire a patti con la nuova realtà, il rifiuto di reinventare sé stessi lontano dalla terra che li ha partoriti. E così chi non ritorna a casa impazzisce, altri ancora tentano e portano a termine il suicidio. “Una con i sonniferi, una con il gas, le altre due impiccandosi. La più giovanne aveva diciotto anni. Si chiamava Gisèle.” Agota invece scrive. Dapprima piccoli drammi teatrali, poi racconti, romanzi. Tiene tutto in un cassetto. Poi finalmente l’occasione, con una grande casa editrice francese, e forse non è più analfabeta. Una storia di rinascita, di speranza che diviene completamente priva di retorica grazie al consueto stile fresco e asciutto che la contraddistingue, una boccata d’aria appassionata. E’ un inno d’amore alle origini, a sé stessa, alla scrittura che l’ha salvata. Perché “Prima di tutto, naturalmente bisogna scrivere. Dopo di che bisogna continuare a scrivere. Anche quando non interessa a nessuno. Anche quando si ha l’impressione che non interesserà mai a nessuno”.
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