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Vorrei...
di Antonino Genovese


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Commento alla silloge poetica "Vorrei… " di Antonino Genovese

Edizioni il Foglio
euro 5,00 - pag.64

E-mail: ilfoglio@infol.it

Una recensione di Pietro Pancamo

Qualcuno conosce l'amore per sentito dire. Qualcuno, forse i guardoni, per visto fare.
Sono ahimè le aberrazioni del mondo presente, nel quale, noi abitanti, abbiamo smarrito o quasi, la nozione del sentimento; e rinnegato, già da tempo, ogni pur minima inclinazione allo spirito, al trascendente, all'incorporeo in genere. Insomma: tutte cose buone e giuste, di cui nessuno, ormai, avverte più la nostalgia. Al punto che l'arte, l'arte e basta!, continua di tanto in tanto a volerle recuperare.
Certo: si tratta di tentativi sporadici (potrebbe essere diversamente, ridotti come siamo?). Ma perlomeno hanno il merito di rivelare o manifestare, qua e là, un nuovo poeta, una nuova voce. Per esempio quella di Antonino Genovese, un giovane siciliano che, incapace d'un solo giorno ancora senza il conforto rassicurante del cuore, ha messo l'amore per iscritto, indicandolo come la via corretta da seguire, per giungere immediati - da una parte - al nucleo autentico dell'essere ed evitare abilmente - dall'altra - di annegare rovinosi "in languide (cioè ipocrite?) strette di mano".
Ecco in sintesi le strategie (o comunque il messaggio esistenziale) della silloge poetica "Vorrei… ", che (pubblicata nel settembre 2002 per i tipi delle Edizioni Il Foglio) si rivela un gioiello di prima bellezza (se non grandezza), in cui a predominare è un sentimento illimitato e forte. Il quale (rapido com'è a guidare e ricondurre ai valori più fondanti e originari) irresistibile assume, di verso in verso, le sembianze innegabili - persino inconfondibili - di un amore incondizionato. Di un amore tracciante e cardinale, felicemente esule - nella sua saggezza -, da quello scorsoio dello spasimante disperato; o da quello "retrattile" del donnaiolo rivierasco, sempre intento a ritirare il proprio interesse, una volta trovata, e sfruttata quindi come valvola o vulvola di sfogo, la sventola di turno.
Ma se le passioni, esclusivamente fisiche, sono all'ordine del giorno e poi del sesso, nella nostra società, esse in Genovese lasciano invece il posto a palpiti più complessi e lirici, che sebbene tendano - in alcuni casi - a configurarsi come un amore a serramanico, pronto a ferire gli altri uomini con il rimpianto, rendendoli invidiosi di uno splendore femminile e inafferrabile (le tue ciocche,/penosa visione/per chi non può averle,/non può possederle), invariabilmente si mostrano e dimostrano - nella maggioranza dei componimenti - come un saldo rifugio per eludere e deludere il dolore del mondo, fino a riacquistare per intero il passato… laddove esisteva l'anima, ancora, e le tradizioni del cuore pulsavano chiare e distinte dalla materia di oggi.
Perciò, in conclusione, per Genovese cos'è l'amore? Un patto di vita!
Un patto di vita (sincero e affidabile) per evadere oltre… tornando ad altro!

© Pietro Pancamo



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